[29 settembre 2009, ore 18:20. In volo, sola andata.]
Ho immaginato e desiderato di vivere questo momento per anni, e anni, e ancora anni. Ho trascorso tutti i giorni di questi anni spesi ad aspettare cercando un modo per far accadere questo 29 settembre. Sono stata determinata, risoluta, combattiva, piena di recriminazioni, rimpianti, negazioni, perdite, illusioni, progetti interrotti sul nascere, fantasie su un futuro infinitamente desiderabile, diametralmente opposto al mio presente, puntualmente lontano e – quel che è peggio – impossibile. Quando, invece, si trattava di gabbie invisibili perché inesistenti, fatte di sola emotività concentrata nelle piccole maglie di queste relazioni sbagliate, che erano – e sono – tali esclusivamente perché quel che vive dietro è una sconfinata solitudine per la quale non esiste – o non si cerca più – un rimedio.
E poi sono partita, lo sto facendo in questi istanti. E non sono felice. O, almeno, non ho provato quella sensazione di libertà, quel finalmente, quell’esplosione di potenzialità che avrebbe dovuto – quantomeno nelle mie previsioni – spalancarmi le porte del futuro ed accompagnarmi alla scoperta di tutto quello che ho perso.
Eppure sono fiduciosa, sento che quel che sta per accadere – e quel che sta accadendo, pur senza particolare potenza, tempismo e platealità – mi rivoluzionerà prima ancora di toccare e coinvolgere la mia vita. So che corro il rischio di migliorarmi, di star meglio, di iniziare a progettare con carta, penna e volontà, e so che allo stesso tempo corro il rischio di sentire una nostalgia indicibile, grande come l’amore di una madre, e so che entrambe le cose giocheranno una partita molto lenta e complessa, dalla quale emergerà il ritratto definito e dettagliato di chi sarò nei prossimi mesi ed anni.
Non ho auguri particolari da fare a me stessa, né buoni propositi; non un elenco, un appunto, una collezione di norme e direzioni. Posso solo, guardando fuori dal finestrino di quest’aereo, chiedermi cosa starò aspettando nei prossimi giorni, che formeranno i prossimi mesi e che saranno i miei prossimi anni: un’altra rivoluzione, forse. O l’inizio di una pace che non ho mai conosciuto.
Come ho potuto genuinamente sperare ancora in un magico cambiamento per il meglio, quando la mia idea di cosa fosse meglio per me – e tutti i desideri che questa si portava dietro, molto fedelmente – cambiava di giorno in giorno; e con lei mutava anche quello che facevo, per poi pentirmene e tornare sui miei passi, quel che programmavo, per poi prenderne le distanze, e quel che mi promettevo, senza mai impegnarmi per non deludermi.
La mia vita è perfettamente disegnata in questa pagina: ho allentato la presa e mi sono dedicata anima e corpo ad un progetto nel quale credevo solo di riflesso, perché era una strada ormai ben avviata, perché questa era la sua logica conclusione, perché gli esami stavano per finire e tutti intorno a me sembravano incredibilmente felici alla sola idea di poter immaginare quel giorno. Quel giorno che, naturalmente, sarebbe rimasto in piedi ed avrebbe portato a termine il suo compito in maniera puntuale anche senza di me.
Mi sono detta una bugia: sapevo benissimo che non si trattava di una parentesi ben delimitata nel tempo – e nel mio spazio – e che, andando avanti con questa determinazione, mi sarei ritrovata esattamente nel punto in cui sono adesso, ossia incapace di riprendere le fila di un discorso che, per quanto grigio e fin troppo pieno di pause, era quanto di più simile a me avessi fra le mani.
Ed invece mi sono detta che si trattava di un passaggio come tanti altri, un modo per investire il mio tempo che mi avrebbe ampiamente risarcito – in felicità, unica forma di ricompensa che io possa accettare senza credere di essere stata raggirata –. Così ho formulato la proposta, l’ho accettata, firmata e, poi, onorata con il massimo dell’impegno, ma quello stesso giorno ho perso il diritto di chiedermi perché mai io sia diventata la riproduzione esatta e minuziosa di tutto quello che avevo sempre negato e, quasi, disprezzato.
Io non sono solo forte, io sono una roccia disgraziata, e della peggior specie, per giunta. Io ho resistito ad una sequenza di passi falsi e dispetti della vita che, quando mi fermo e mi racconto la mia storia, ho quasi paura che si possa tornare indietro, tanto è stata sfortunata la combinazione che mi è toccata in sorte. Eppure io sono ancora qui, sono ancora in piedi e mi somiglio così tanto che quasi quasi inizio a volermi bene, tanto sono orgogliosa di non aver ceduto. Non mi ha ucciso la mia famiglia che fa acqua da tutte le parti e che mi ha scelto come contenitore di tutti i mali e come ammortizzatore per le nostre tre vite che giornalmente vanno a sbattere le une contro le altre; e se fino ad ora non ci sono state ferite troppo gravi o abbandoni è stato solo merito mio. Non mi ha ucciso, e non mi ha nemmeno tolto la fantasia, quella strana associazione di pensieri e di emozioni insulse e sgangherate che mi aveva convinto che la strada giusta avrebbe potuto essere smettere di mangiare, o far di peggio, anche. Ho resistito a suicidi, abbandoni, cambi di vita, delusioni, feste memorabili e funerali. Ho attraversato il mondo, e, nonostante abbia vissuto uno di quei mali per cui non si trovano parole, mi sono presa cura di me, e sono andata anche a raccogliere le mele a charlottesville. Non ho lasciato l’università, continuando a fare la mia parte anche quando tutto quello che avrei potuto dare a me stessa, agli altri ed al mio futuro, non era più che una flebile speranza di rivincita, un giorno lontano ed indefinito, in cui credevo poco; ed ho continuato ad essere presente ad ogni appuntamento anche quando mancavano le forze per prendermi la responsabilità della deliberata incoscienza da cui avevo scelto di essere guidata, in assenza di altri punti fermi. Ed è vero che non ho ancora raccolto i frutti, che sono ancora impegnata a sciogliere tutte le faccende ingarbugliate che mi porto dietro fedelmente e quasi con affetto, ormai, ma, piuttosto che sentirmi in difetto per non averle ancora risolte, mi sento limpidamente soddisfatta per il fatto di non aver scelto la strada più semplice ed egoista dell’abbandono. E sarà anche vero che sono votata al sacrificio, che tutti questi giorni mi stanno portando via qualcosa e che mi ridurrò forse ad essere un cumulo di cicatrici, ma speriamo venga su un bel disegno, dato che non posso riavvolgere il tempo e ricominciare da quando ero uno splendido foglio bianco tutto da arricchire. E se c’è anche solo un modo per non creare ancora dolore, nonostante io non abbia fatto altro che riceverne, io sto qui sperando di accorgermene in tempo per non perdere l’occasione.
Ed ho continui cedimenti, urlo, mi faccio male, guido con rabbia e sbaglio, sbaglio e sbaglio ancora, dico le parole peggiori perché il male cerca di venir fuori e non gli importa molto il modo e il luogo, e mi rendo conto che dovrei e potrei essere migliore, ma sono vergognosamente fiera di quello che ho attraversato senza morire per non voler ripartire esattamente da lì, e sarò sicura di aver trovato la mia casa, che evidentemente non è qui dove sono adesso, solo quando mi sentirò dire che sono stata incredibilmente forte a salvarmi la vita.
Non che mi siano mancate le occasioni per voltare pagina, solo che evidentemente ho bisogno di stimoli continui e ben distribuiti lungo tutto il mio tempo per non ricadere in maniera incolpevole nel mio vecchio modo di essere me.
Mi manca un’amica, nel senso letterale del verbo mancare, come di qualcuno che non c’è. Ed è molto diverso dal qualcuno che non c’è più, dietro cui mi sono trincerata, convincendomi di aver perso – tempo, persone, intere nazioni – quando invece non ho mai vinto.
E non mi importa molto del compleanno trascorso a casa, di non avere qualcuno con cui progettare un viaggio, del telefono che non squilla come dovrebbe, dei racconti che tengo per me o dei libri che non ho più voglia di leggere, perché fanno male come i ricordi, ma mi importa solo del fatto che, non avendo un’amica, io sono sola nel modo più profondo che ci sia. E, quant’è vero che io, sotto sotto, non cambio mai, tutto il tempo che passo da sola è tempo rubato alla vita che ancora non ho, e che non so più se vorrei avere, ed è tempo che mi allontana dall’obiettivo che avevo e che, forse, ho perso, di darmi una forma accettabile, di rimettermi in carreggiata, di non rimanere staccata dal gruppo, anche se qui non ci sarà alcuna volata finale e nessuno mi premierà o mi riprenderà per non aver tenuto il passo.
Quando sono tornata dall’America ero bella. Ero leggera, pronta, mi sentivo come se avessi recuperato un ritardo che mi portavo dietro da così tanto tempo da non considerarlo ormai più come la somma di tanti errori mai colmati, ma come un tratto distintivo, quasi un pregio, come qualcosa di intimamente mio.
Avevo un altro modo di parlare con le persone, ero più interessata, propositiva, più calma e meno sfuggente, e mi lasciavo raggiungere più facilmente, fosse anche solo per il tempo necessario per ascoltare una confessione o un racconto.
Non mi vergognavo di me. Ero la mia versione migliore e volevo portarmi in giro come un trofeo, mostrarmi agli altri con la stessa frenesia di chi sa di dover aspettare per il tempo di un viaggio lungo tutto l’oceano prima di poter tornare alla propria vita. Quella stessa vita, poi, che tante volte ho rinnegato e rifiutato, che ho tentato in ogni modo di nascondere ricamandoci sopra, sperando di renderla più bella, spingendomi fino al punto in cui ho preteso di non avere radici, quella stessa vita che ora non sembrava più così profondamente ostile, e che, se anche non si stava adoperando per farmi avere una ricompensa che io sola credevo e mi aspettavo di meritare, mi stava almeno offrendo del tempo, nuovo, da vivere e non da far passare in attesa di un riscatto. Ed avevo tanta fiducia, infondata almeno quanto la malinconia dei mesi precedenti, ma così comoda e pulita da troncare sul nascere ogni tentativo di pormi domande o cercare secondi significati che avrebbero solo rischiato di togliere bellezza a quel momento preciso in cui mi ero sfidata, e per tutta risposta ero riuscita a stupirmi.
Sono tornata dall’America con una grande perdita, un rapporto rovinato di cui ho accettato la fine senza recriminare, ma che mi aveva accompagnato per un tempo così lungo da non lasciarsi accantonare, avevo una grande assenza che non riuscivo a coprire, ingombrante ed avvolgente, ma di cui riuscivo a cogliere solo la portata rivoluzionaria, la mia autonomia, l’aver portato a termine i miei compiti nonostante lei non si fosse presa cura di me come aveva fatto, con una dedizione quasi testarda - che non poteva essere altro che un immenso affetto - negli ultimi cinque anni. Ed anche questo, la forza che avevo dimostrato non lasciandomi ferire da questo distacco, il fatto di non essermi fermata a rimuginare, o peggio a piangere, mi aveva dato speranza, anche se a costo di ingannarmi, perché adesso che del male che dev’esserci stato non resta che il ricordo dei bocconi amari e di quel nostro vivere così vicine ed in silenzio, mi rimane una lunga serie di giorni che avrei dovuto dividere con lei, che era la mia misura, sincera, fredda fino a fare male, ma terribilmente importante per quel suo modo esatto di starmi accanto, aiutandomi senza mai fare male. [...]
“La persona che ha una così detta depressione psicotica e cerca di uccidersi, non lo fa aperte le virgolette "per sfiducia" o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l'invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un'occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l'altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. Eppure nessuno di quelli in strada che guardano in su e urlano "No!" e "Aspetta!" riesce a capire il salto. Dovresti essere stato intrappolato anche tu e aver sentito le fiamme per capire davvero un terrore molto peggiore di quello della caduta.”
Questa parte dell'America mi ha insegnato che è un cattivo segno trovare - e raccogliere - delle monetine, in strada, perché è la prova che stavo camminando guardando nella direzione sbagliata, quella che porta solo ad incrociare l'asfalto ed il marciapiede.
Mi è stato insegnato che le difficoltà vanno affrontate, le distanze colmate, i diritti rispettati ed i doveri vanno onorati. Mi hanno sempre portato come esempio massimo di virtù, la resistenza. Ed io sto scrupolosamente eseguendo gli ordini, camminando, stando in silenzio, ascoltando storie di vita, guardando negli occhi, pensando con un’intensità nuova, e sentendo distintamente il peso di ogni singolo giorno che passa. E non riesco ancora a vedere il mio premio.
Mi risponderanno che le forme si indovinano solo guardando da lontano, soprattutto nel tempo, che i cambiamenti sedimentano ed impiegano mesi o anni a diventare gesti familiari, che ritornerò cresciuta, arricchita, maturata, più forte, più definita, come una pagina scritta a mano ed in bella copia, senza più i segni di tutti quegli errori. Eppure adesso riesco a parlare solo al presente, ed è dura trovare la forza di ammettere che, anche avendo messo fra me e tutto il mio resto migliaia di chilometri ed un oceano, io non riesco ancora a trovare la mia pace.
Parto. Con la naturalezza che non ho, con pochissime maniche lunghe, una sola penna, e la malinconia dei giocattoli che possono sfuggire di mano, come un palloncino o un aquilone.
Ho una memoria individuale labile, che ha bisogno, per vivere, di ascoltare il racconto di se stessa. Per questo, pur avendo raggiunto e superato l’età per firmare le giustificazioni per le mie assenze, non ho ancora risolto il problema di come fare a ricordare i giorni in cui non ho lasciato niente di scritto.
Il primo giorno in cui ho iniziato a frequentare il nuovo reparto, la signora T. era sul punto di lasciarci tutti lì, a bocca aperta ed impotenti di fronte al fatto che avesse iniziato a perdere sangue in ogni modo possibile, ed avesse deciso di non smettere più. Si era magicamente ripresa, lentamente e grazie ad un numero incalcolabile di trasfusioni di concentrati di piastrine e globuli rossi, giusto in tempo per tornare a casa per il giorno della festa della mamma. Colta, magrissima, elegante anche sul finire della vita, silenziosa, passava tutto il suo tempo a leggere, ed io passavo tutto il mio a non capire. Io, sempre così nervosa, con i miei incomprensibili scatti, con la fretta, l’inquietudine, l’incapacità di concentrarmi, con la sensazione costante di non riuscire ad arrivare al cuore delle cose, così di corsa, superficiale, preoccupata, svuotata, così stanca. Io, con l’età esatta della più piccola delle sue figlie, seduta accanto ai fasci di rose rosse arrivati per il suo compleanno, controllavo che tutti i dati sulle sacche arrivate dal centro trasfusionale corrispondessero a quelli riportati sulla richiesta, una due cinque dieci volte ed ancora un’altra, incapace di trovare pace, e lei leggeva semplicemente un quotidiano, senza un segno che tradisse noia, irrequietezza, anche solo una banalissima tristezza. Quando sono partita, sapevo che quindici giorni di assenza sarebbero stati un grosso rischio, quasi certamente troppi per sperare di ritrovarla ancora, ed infatti, come in ogni tragedia annunciata che si rispetti, non è propriamente dolore o rammarico quello che provo. È piuttosto un grosso nodo di rabbia cieca che svuota di senso ogni gesto, anche voltare le pagine di questo libro.
E così, come nel più classico capitolo al centro di una storia, le decisioni si sono lasciate prendere; lo hanno fatto con arrendevolezza, come un agguato annunciato dai segni inequivocabili del caffé sui bordi delle tazzine e dal numero, costantemente dispari, di volte in cui non sono stata guardata negli occhi. In questi giorni di quasi estate in cui tutto, per definizione, si trascina e non si sa concludere, è cambiata la mia chiave di lettura, e senza che ci sia uno straccio di promessa o sicurezza, un sorriso informale, un gesto da asservire al mio bisogno presente di rileggere tutto alla luce di un confortante pensiero magico, proprio adesso io, irragionevolmente, ricomincio a dormire.
Questi giorni di quasi estate si stanno semplicemente accomodando su di me, come piccoli pezzi di carta che si lasciano trasportare nel loro viaggio verso casa; come un nuovo strato di vita che si stende sui precedenti, stringendosi quel tanto che basta per non rovinare il mio grande piano di tornare bambina, in un corpo da bambina. Ed io so di non dovermi affannare, perché questo non è un autunno di classe, che si impiglia con esemplare maestria nelle costruzioni mai ultimate dei miei sogni, ma solo una manciata di giorni messi a caso a colmare i vuoti del calendario, giorni di cui non rimarrà altro che una vaga nostalgia senza contorno, destinata a perdersi nella forma che i capelli prendono per colpa di questo vento di quasi estate.
Del mese di aprile – che, anche se non sulla carta, è sostanzialmente concluso –, mi resterà una penna gentilmente concessa dai chirurghi maxillo-facciali, una dagli ematologi, una che ho avuto il coraggio titanico di comprare per ottanta centesimi, una che non scrive bene, ma rimane sul fondo della borsa, insieme agli involucri dei miei pranzi calcolati e rigorosamente portati da casa, come una bambina sospettosa e viziata che non vuole mangiare alla mensa scolastica. E poi mi resteranno tanti incidenti evitati per così poco, il frumento senza sapore, il caffé dentro i bicchieri di plastica e l’immagine di me, con le forbici in mano, davanti allo specchio, a dare un taglio netto ai capelli, per avere, se non altro, un momento a dividere quel che è accaduto prima da quel che è sempre stato sul punto di accadere.
Mi rimarrà il gesto di mescolare il caffé quando è ancora nella caffettiera ed il ricordo, direttamente consequenziale, delle infinite volte in cui mi ha rimproverato perché me ne dimenticavo. Ed i tentativi di trovare un’amica, il corteggiamento di rito e le prime confidenze, per poi capire che no, anche in questa stanza mi sento a disagio. E resistere alla tentazione di cedere al fascino del pensiero – tanto adolescenziale – di essere io l’errore.
E mi resterà una briciola in più di orgoglio per essermi rialzata, per l’ennesima volta e di colpo, con la risolutezza di un’intuizione del peccato che avrei commesso a mandarmi a monte ancora. E mi resteranno le mie dita, serrate intorno ai bottoni delle tasche, alle maniglie delle porte, ai piccoli oggetti che sfuggono all’ordine, strette e cieche, terrorizzate dal fantasma di un tracollo – di una resa dei conti prematura – ma ancora strette, decise a resistere, o almeno a provarci.
È solo un sabato qualunque, mi dico, e non c’è nulla di cui aver paura. Eppure non riesco a sfuggire a questa rete di rituali e rimandi in cui mi sono andata a cacciare il giorno in cui ho deciso che era tutto troppo approssimativo per me, così poco preciso, quasi asfissiante. La coperta cade giù formando un numero dispari di grandi pieghe, profonde, ed io non me la sento di toccarle. Il maglione è sopra la giacca, e questo è totalmente rivoluzionario ed irriverente, così finirà col prendere tutta la polvere che il vento ha lasciato sulla giacca. Lo sanno tutti che un indumento che di solito tocca la pelle non può stare sopra un altro indumento che normalmente non la tocca e che si trova direttamente a contatto con l’aria. Non ho chiuso la cerniera dello zaino per cui si vedono fin da qui i quaderni, ripiegati, inclinati, immagino lo stato in cui saranno le pagine, ed una manica del camice, spiegazzata come un ombrello stretto, legato in vita come un vecchio schiaccianoci. Ho lasciato il camice fuori dalla sua busta, a contatto con le penne e la bottiglietta d’acqua. Ho volutamente fatto come se fosse indifferente per me la loro reciproca posizione, quando sapevo bene che ritrovarmi in una camera del genere mi avrebbe fatto sentire tutta la precarietà dell’ora legale e del caldo che si prepara a cogliermi di sorpresa, quando ancora per me questi sono i primi giorni di settembre. L’ho fatto con un pizzico di sfrontatezza, quasi per dispetto, ma lo sapevo che avrei perso. È solo che qui seduta, con le gambe immobili per non turbare l’equilibrio morbido delle pieghe della coperta, mi chiedo dove troverò un giorno la forza per ritagliarmi via da questa foto di famiglia visto che adesso è bastato un quarto di mela in più a farmi perdere l’equilibrio e a farmi vedere così nitidamente la possibilità che tutti questi oggetti si ribellino a me.
Ho iniziato questo ventiquattresimo anno senza lo straccio di un bilancio e senza un obiettivo a breve termine, una scadenza o una piccola battaglia a cui dedicarmi. Le fantomatiche ed abusate piccole cose, quelle per cui finiscono le storie d’amore anche dopo decenni e per cui si commette ogni tipo di violenza, quelle che creano un’angoscia straripante perché costantemente autosomministrata, quelle le ho affrontate ed in gran parte superate: guido, parcheggio, se serve compro qualcosa ai distributori in università, busso alle porte e chiedo di entrare, talvolta mi schiero, quando esco per mangiar fuori ordino sul serio qualcosa e riesco ad indossare quasi tutti i vestiti che ci sono nel mio armadio. Ma per quel che riguarda le grandi cose, quelle di cui non si parla perché c’è poco da indovinare e poco da scoprire, quelle che sono pessimo materiale da pettegolezzo; le decisioni, le svolte, i traslochi, i colpi di testa, le soluzioni, quelle non le ho sapute o potute trovare. Faccio le scuole serali per imparare i fondamentali, gioco col pallottoliere per fare le sottrazioni fra le ore che sono trascorse e quelle che ancora mi mancano, mi cimento con proverbiale lucidità e diligenza nel compiere i gesti ordinari di una vita ordinaria, senza eccessi e senza patologiche limitazioni, e parallelamente continuo a frequentare il presente con gli adulti, i compagni, gli impegni, le responsabilità, le persone vere da capire, accudire e curare, pur non essendo evidentemente pronta nemmeno per le prove generali.
Arranco, mi affanno per non finire fuori tempo, ma è tutto uno sforzo lì dove sarebbe bastata la naturalezza di vivere, e per questo, invariabilmente, mi stanco ed alla fine di ogni giornata ho addosso la spossatezza malinconica di chi ha impiegato gran parte delle proprie energie e possibilità in un progetto titanico che altro non era che la normalità.
Forse anche per questo non scrivo e non leggo più, e lascio troppo spesso da parte la musica, le foto, il disegno, anche il coltivare le due o tre amicizie che resistono agli anni ed alle distanze lunghe intere nazioni, perché sono patologicamente concentrata nel riuscire a farmi una treccia prima di uscire di casa, nel prepararmi emotivamente ad indossare un maglione rosso, nel giostrarmi fra un sentimento netto di estraneità – ed inferiorità – e l’invidia più nera.
mauro, le variazioni goldberg, il live a chicago del 1990, l'unplugged a new york, sette incrollabili certezze, il sesso, una camicia rosa, la fame, la felicità, l'infelicità, dimenticarsi e non esserci, ricordarsi e non esserci, aver voglia di casa, il primo messaggio d'auguri, l'ultimo, le lezione di psichiatria, il disturbo depressivo maggiore, la torta, la stanchezza, la mia macchina, il bisogno di carezze, la litost, una candela rotta.
Non si può coerentemente dire che mi coglierà di sorpresa o che non mi sarei aspettata una tale e tanta violenza. Né – credo – mi concederò attenuanti di sorta il giorno in cui l’infinita pazienza e le mille costrizioni in cui mi sto rinchiudendo non riusciranno più a contenere la rabbia inespressa e la delusione per non essere riuscita a vivere.
Sono il congegno ad orologeria più calmo ed impeccabile di tutto questo gran spettacolo, costantemente sul punto di fare, ma immobile. Una raccolta di mille e più scelte possibili, puntualmente negate, e con una così fine eleganza e un tale rispetto per la bellezza, anche nel fallire, da meritare quasi di diventare un manifesto per i senza coraggio e per chi ha capito che non ci sarà riscatto.
Ed è di un’ironia quasi tragica il fatto che mi stia riguardando da ogni cosa o persona, per paura di essere aggredita, turbata, in qualsiasi modo rovinata, dai coloranti, dai malintenzionati, dagli edulcoranti e dai violentatori, dalle polveri sottili, dai tacchi troppo alti, dalle malattie sessualmente trasmesse, anche dall’influenza, dalle parole poco calzanti, dalle varie ed eventuali imperfezioni, quando è già scritto nel mazzo di carte che finirò travolta dal crollo della mia stessa, arrogante e solitaria, costruzione. E sarà tutto un fiorire di calcinacci.
.. che io e voi, insieme, abbiamo rovinato. Mi fanno schifo le partenze, perché io sono sempre rimasta. Così come gli alibi, che mi fanno sembrare così impietosamente coraggiosa, con la testa ancora in asse sul collo dopo undici anni di avvilimento e pezzi da incollare, con la differenza fra il numero delle volte in cui avrei voluto piangere e quelle in cui l’ho fatto che si allarga, incontrollabile, senza un’idea di salute che faccia mai capolino in questo film.
Mi vesto, uso tutti i miei maglioni più belli, faccio colazione nonostante tutto, mi sforzo di sembrare perfettamente coerente ed in fase, allegra ma con moderazione, gentile, discreta, già donna, quando dentro di me lo so che basterà, così come è sempre stato, una di quelle frasi che parlano delle vostre vite – vissute e non trascorse – a farmi cadere dentro quell’invitante specchio di fallimento e malinconia esistenziale che è la mia condizione più comoda e naturale.
Mi fanno schifo i traguardi, le battaglie vinte, i progetti che decollano, i sorrisi i complimenti le strette di mano, mi fa schifo quando mi lasciate a terra ad aspettare il ritorno di una persona irriconoscibile e trasformata, incoerente e galvanizzata da tutto quel mondo scintillante, esasperante e deprimente che rimane ostinatamente al di là delle mie finestre.
Potei sperimentare che l'uomo, quando soffre, si fa una particolare idea del bene e del male, e cioè del bene che gli altri dovrebbero fargli e a cui egli pretende, come se dalle proprie sofferenze gli derivasse un diritto al compenso; e del male che egli può fare a gli altri, come se parimenti dalle proprie sofferenze vi fosse abilitato. E se gli altri non gli fanno il bene quasi per dovere, egli li accusa e di tutto il male ch'egli fa quasi per diritto, facilmente si scusa.
Bernhard è stato il glenn gould della parola, e per questo ha costruito un’opera d’arte su di lui. Jeff buckley è stato il glenn gould della voce, ma nessuno ha scritto di lui, perché la carta non ha ancora imparato a suonare. Glenn gould è stato il glenn gould del pianoforte. [questo è il titolo]
Ho l’impressione che stiano cercando di restringermi il campo. Come se mi trovassi su una grande scacchiera, e qualcuno, dopo avermela mostrata e fatta conoscere tutta, dopo avermi fatto provare come ci si sente a camminarci in lungo e largo, mi dicesse di scegliermi una casella, e di rimanerci. Indefinitamente. Ed allo stesso tempo, è come se volesse farmi credere che è per il mio bene che lo fa, per diminuire le possibilità di mandare la mia vita a sbattere contro quella di un altro, accidentalmente, mentre si stava attraversando la stessa diagonale. È una cosa che mi sembra tanto evidente e verosimile che mi viene quasi il dubbio di aver incontrato l’ennesima legge generale sul funzionamento di questo mondo. Dicono che ci si guadagni in precisione e preparazione, la chiamano intimità, quando vogliono renderla più accettabile e rassicurante, ma a volte, come adesso, è fin troppo chiaro che si tratta solo di un gesto, affrettato e incosciente, col quale si mette una croce su tutta una serie di possibilità per le quali non sentiamo di avere il coraggio o il talento, un gesto col quale si limita visibilmente la libertà di movimento su questa scacchiera, che poi è la vita, che poi, il più delle volte, è proprio quello che non ci piace affatto.
Ti chiedono di sceglierti un panorama, di viverci dentro e di fartelo piacere per tutta la vita. Di sceglierti una casa, un campo in cui specializzarti, per poi essere circondata da nient’altro che questo, ogni giorno. Ti chiedono di essere contenta e di imparare già dal principio ad ingannarti, ad andare una volta a settimana al ristorante con le amiche, due volte al mese a teatro, a fare acquisti quando ci sono i saldi di fine stagione, e a cambiare colore preferito almeno una volta ogni due anni. Così, per illuderci che il tempo non stia scivolando, ma stia trascorrendo, e che tutto, e noi a seguire, ci stiamo muovendo, Quando, invece, nessuno qui è glenn gould, tanto meno io. E questo, è intuitivo, complica le cose, e non poco.
Certe volte compio gesti illogici e me ne accorgo mentre mi muovo, e penso – nella mente, raccontandomi quello che sto vedendo – che c’è qualcosa in me di alterato, una connessione errata fra i cavi, la vista scivola in un altro senso, confondo il tempo e lo perdo, vivo come dentro un’allucinazione. Mi sono alzata di scatto e sono andata ad aprire i cassetti di mia madre, ora che lei non c’è, con l’alibi di cercare un oggetto, ma col vero e spregiudicato intento di ritrovarla fra le sue cose. L’ho fatto come se lei fosse morta, ed io stessi cercando una ragione fra le scatole di anelli senza valore e collane laccate dietro le quali ha nascosto da sempre una femminilità ferita e acerba, e l’amore che non ha mai imparato a dare. Ho preso in mano alcune delle piccole scatole per gioielli e le ho aperte: un mio anello – l’ho provato, troppo grande ormai per le mie dita – , le perle che le ho comprato a roma, una scatola di bromazepam, un rosario, un termometro, sacchetti di tessuto che lei vede troppo belli per essere gettati via, e troppo fuori luogo per l’arredamento della nostra vita perché li si possa usare. Per nostra intendo mia e sua. Io e lei non siamo due amiche, non abbiamo le essenze profumate per i cassetti, teniamo l’intimo insieme alle magliette ed i vestiti che non trovano più posto negli armadi, li accatastiamo in grandi ceste, nella più perfetta noncuranza dell’ordine e del galateo delle case. Io e lei siamo sole, in un modo unico, assoluto, colorato e rumoroso, fra le pagine sporche e ingiallite dei quaderni in cui segna tutte le ricette che non prova mai, fra le caramelle nascoste nelle tasche interne delle borse, fra gli oggetti di questa casa – che è solo mia e sua – siamo sole come solo nei romanzi si può essere. Lo siamo sempre state, anche quando ci facevamo la guerra e non capivo che lei era esattamente il luogo in cui avevo vissuto e la mia origine, la mia vergogna e il frontespizio della mia identità. Un libro di preghiere, biglietti da visita, betaistina, la foto del padre in una piccola cornice d’argento, collane di pietre, collane di perle, bracciali di rame, collane rotte e conservate, come se dovesse esserci davvero un domani capace di ripararle, conservate come se fosse un peccato buttarle, come se non sapessimo perdonarci di averle rovinate. Anche quando io mi stavo impegnando per scomparire e lei aveva paura – dunque, alzava la voce – , anche allora eravamo sole in questa casa, che a saperla ascoltare racconta tutta la nostra storia. I cassetti che ho rotto a pugni, mai riparati, strati di libri, le macchie d’umidità nel corridoio, la candela rotta che ogni giorno lei raddrizza, libri, mobili senza polvere, trucchi colorati ed il rossetto rigorosamente rosso, mai perfetto lungo il confine delle labbra. È stato il mio errore più grande, fino ad oggi, quello di rinnegarla e di volermi ad ogni costo opporre a lei, a costo di ferirla, sbattendole in faccia una diversità che è solo formale, un’intestazione sulla carta da lettere che nessuno userà. Mi fa male, adesso, pensare a quante volte le ho dato la colpa della malattia in cui mi ero trasformata, ora che mi sembra così chiaro che è stato tutto per amore. Un amore che non ci siamo sapute spiegare.
L’ultima volta in cui ho provato a scrivere un biglietto d’auguri è andata a finire che ho visto le parole scendere lentamente fino al pavimento, colpevoli di essersi nascoste tra le buste ed i nastri, e di essere, ovviamente, troppo poco colorate per essere notate. Non è stato mai letto. O meglio, è stato letto velocemente, e poi è finito sotto ad un divano, dove credo si trovi ancora, in compagnia di batuffoli di polvere e briciole. Chissà se si ricorda di me.
Era una poesia e chiedeva di partire, sì, ma di non farlo con un bagaglio troppo serrato. E lo chiedeva in maniera sommessa, come un desiderio che ci si vergogna a confessare, ed allo stesso tempo con immensa serietà, come un bambino che recita per la prima volta una poesia ad alta voce, e sbaglia, puntualmente, il penultimo verso.
La scorsa sera ho ripreso quel gran librone fra le mani, quello in cui c’è ancora quella poesia e tutte le altre annotazioni delicate e ragionate che un uomo ha appuntato lungo tutto il secolo scorso e, pensavo, che adesso molte di loro hanno tutto un altro sapore. E non è solo il tempo che è passato, o l’eterno equilibrio instabile fra le cose che ho perso e quello che ho scelto, fra la voglia ed il ricordo; in mezzo c’è stato esattamente un capovolgimento di ruoli, ho lasciato il mio posto, ho fatto mezzo giro intorno al tavolo, e mi sono seduta di fronte al mio posto, ora rimasto vuoto. Ti ho chiesto di occupare tu, quel posto, con una richiesta d’aiuto appena nata e imperfetta, ancora troppo inconsapevole per pentirsi di essersi messa a nudo. Ed adesso che hai accettato mi ritrovo a desiderare che sia il tuo, quel bagaglio non serrato. E lo faccio travisando quel brav’uomo – che, sono certa, non avrebbe mai immaginato che qualcuno avrebbe usato i suoi quaderni forzandoli a parlare d’amore –, semplicemente per poter avere un posto in cui entrare. Me lo auguro, quindi, più che augurarlo a te. Che possa essere io il tuo bagaglio, e che mi lasci ascoltare ancora la tua voce che parla di una futura, promessa, felicità.
Ho il difetto della neve che è splendida ma poi si sporca, e mi manca la costanza degli artisti e gli scrittori. Riesco naturalmente distante e dissemino i contorni della mia vita con frasi di una sconfortante ambiguità, per non fare avvicinare troppo i passanti, per poi lamentarmi di una solitudine nitida e matematicamente corretta. Mi avvolgo nella teoria che non si dimostra per assurdo, ma si costruisce ipotesi su ipotesi, regolare e consequenziale, fino ad arrivare al fondo di un vicolo cieco, per una strada che conosco a memoria e che non so smettere di scegliere.
Ho il difetto della neve che sta zitta e pretende di essere compresa. Quando fisso da lontano un punto vuoto, concentrandomi su oggetti che ho dispettosamente inventato, in realtà sono in attesa di quella parola che saprebbe farmi capire che sai, e che mi somigli, ma non la chiedo.
Ho il difetto di far credere di essere capace di cose che non mi appartengono. Metto ogni mattina una crema per il viso per sottolineare una voglia di vivere che ho preso a prestito da uno dei giorni che non ho usato. Mi alleno davanti allo specchio, scegliendo i sorrisi più belli, perché so che qualcosa mi pioverà addosso, ed in quel momento non avrò la lucidità per rispondere con una frase memorabile o anche solo azzeccata, per cui sorriderò di un sorriso talmente impeccabile e senza gusto da non lasciare dubbi sulla mia totale e profonda partecipazione agli eventi.
Mi piacerebbe raccontare almeno una delle storie dei curiosi personaggi che mi disturbano le notti, ma devo prima liberarmi dalla convinzione di essere il più avvincente dei giochi senza soluzione a cui abbia mai giocato.